Leggende e tradizioni, curiosità, misteri e suggestioni

- La leggenda sulla Torre di Pizzarrone

Una favolosa "diceria" circolante diffusamente a Caccamo riferisce di una monaca bellissima che a mezzanotte del giorno di luna piena, vestita di bianco, allo scoccare del primo dei 24 rintocchi dell'orologio, si dirige dal Castello verso la Torre per proporre una certa operazione.
Molti non ci credono, noi la riproponiamo, Antonio Mastropaolo ve la racconta così:
"I rossi chicchi d'una melagrana,
al fatuo lume della luna piena,
dal giallo scrigno sradica e dipana:
poi mangiali, ma con dolce lena!
Se tutti quanti i piccoli rubini,
stando sempre dentro questa torre,
riuscirai, con tanti bocconcini,
nel delicato tuo pancino a porre...
allora, sì, hai fatto un bel lavoro,
perché così, tu, troverai un tesoro!"

Un' altra versione della stessa leggenda narra della figlia di un Signore del Castello innamoratasi di un soldato.
Scoperti dal padre il giovanotto fù trucidato e la figlia rinchiusa in convento. La poveretà perì poco dopo per il dolore.
Da allora ogni notte di plenilunio la suora vaga per il castello con un melograno in mano e chiunque riuscirà a mangiarne senza toccarlo con mani e senza farne cadere un chicco a terra diventerà ricco altrimenti rimarrà condannato nell' eterno vagare della sfortunata suora.

- Lo spessore delle mura del Castello varia da mt. 1,50 a mt. 1,90 lo stesso dicasi per la cinta della Terravecchia col suo muro di cortina.

- Una statistica del 1736 a cura dell'Arciprete Don Filippo Gallegra ci fa conoscere che su un totale di 5.500 abitanti Caccamo contava 110 sacerdoti.

- La leggenda della fiera di San Calogero
Ogni sette anni, in una notte di plenilunio, sulle alture di "Castiddaz-zu" (una delle ultime propaggini del monte San Calogero ad oltre 1300 metri sul livello del mare) si svolge una fantasiosa "fiera".
Per la verità la leggenda dice che si tratta di un mercato dei più svariati prodotti locali (cavalli, asini, buoi, mucche, pecore, capre, frutta, formaggi, ricotta... etc.).
Uno dei tanti allevatori di bestiame e proprietario di vaste estensioni di terreno, un giorno mandò i suoi due garzoni a riposo dando a ciascuno di loro cinque soldi.
I due, trovatisi per caso a transitare lungo un sentiero scosceso, inaspettatamente giunsero in mezzo alla "fiera di Castiddazzu".
Con quei cinque soldi poterono acquistare solamente cinque grosse mele che conservarono per poterle consumare appena giunti a casa.
Grande fu la loro sorpresa quando, giunti nella loro abitazione misero su di un tavolo le mele acquistate con i cinque soldi alla fiera perché si accorsero che erano diventate d'oro massiccio.

- Sulle due torri campanarie della Chiesa della SS. Annunziata si trovano otto campane.
La più antica è quella chiamata di San Nicola del 1.468, mentre la più importante per grandezza e peso è il "campanone".
Questa, chiamata anche campana di San Giuseppe, porta una scritta in latino:
"Fulgura voce minas ventorum
demona pello nuntio
sacra necat quos fera
parca gemo. Anno 1.768"
"Con il suono allontano le folgori,
le minacce dei venti i demoni;
annunzio le sacre celebrazioni,
piango coloro che la morte feroce uccide"

- All'interno del Castello esistevano sette cisterne alimentate da acqua piovana attraverso un elaborato sistema di raccolta.
Ma non solo: esisteva anche un mulino a vento, forni per la cottura del pane, magazzini capaci di contenere grandi quantità di grano o altri cereali nonché dispense per ogni specie di viveri.

- "U signuruzzu a cavaddu" è una delle più antiche tradizioni di Caccamo.
La parrocchia di San Giorgio Martire organizza questa manifestazione, prettamente religiosa, che annunzia la venuta di Cristo in terra, l'inizio della Sua vita fatta di miracoli, predicazioni, nonché passione e morte per la redenzione dei popoli.
È domenica delle palme: bambini festanti con in mano ramoscelli d'ulivo e campanelle precedono, al suono delle campane di tutte le chiese l'ingresso in paese di un chierichetto che nella fantasia popolare rappresenta Gesù che cavalca un asinello bardato ed infiorato con accanto gli apostoli: dodici ragazzi con le tuniche rosse che reggono in mano dei lunghi rami di palme.
Accompagnati dalla banda musicale, vanno in giro per il paese facendo soste nelle chiese, e sempre accolti festosamente, concludono la sfilata nel piazzale antistante la chiesa Madre dedicata a San Giorgio dove l'arciprete benedicendo la folla accoglie solennemente Gesù e poi, durante la celebrazione della messa, vengono benedette le palme.

- Nella zona sottostante alla chiesa di San Benedetto alla Badìa, nei pressi dell'antico macello, esiste uno dei vicoli più stretti d'Italia: è un passaggio di soli 63 centimetri.

- La tradizione popolare ci tramanda un episodio avvenuto durante un assedio e comunque denso di significatività: le forze nemiche non riescono ad espugnare il Castello. Vengono sospesi gli assalti ritenendo gli assalitori di poter costringere gli assediati a cedere per fame.
Ma i Terrazzani, per dimostrare che il problema non sussisteva, calarono dalle mura con delle corde: pezze di formaggio fresco, pane appena sfornato e fascelle di ricotta ancora calda.
Rimangono questi i prodotti più genuini della civiltà contadina di Caccamo e da ciò è facile intuire quant'altra predisposizione era innata nelle donne le quali accudivano artigianalmente a manufatti che trovavano impiego nelle esigenze dei guerrieri addetti alla salvaguardia del maniero.
Ci riferiamo alle originali bisacce di cuoio e lana che per tanto tempo, assieme ai tappeti di lana, sono stati "fiore all'occhiello" dell'artigianato locale.

- Tra le tradizioni è da ricordare il rito del battesimo perché nel rito caccamese invece dei due soliti padrini vengono scelti quattro padrini.
Di essi uno offre una candela (brannuni) alta poco più di un metro alla cui estremità superiore è legato un ramoscello di zagara ed un lungo e largo nastro bianco.
La seconda madrina offre una candida veste a forma di colomba con le ali spiegate (detta palummedda) riccamente lavorata adorna di nastrini celesti se il neonato è maschio, di nastrini rosa se è femmina.
A questi doni si aggiungono una caraffa piena di essenza di rosa, che serve a detergere il volto del piccino dopo che ha ricevuto il battesimo.
Infine, su un vassoio è posto un fazzoletto di lino finemente lavorato, sotto il quale è riposta la mancia da offrire al sagrestano e che serve ad asciugare il viso del neonato e le mani del sacerdote.
Quando il neonato esce dalla casa, in segno augurale vengono gettate manciate di chicchi di grano e monete. Danno inizio al corteo i portatori dei simbolici doni, seguiti dalla portatrice del neonato, che lo tiene poggiato sulla destra se è un maschio, sulla sinistra se è una femmina.

- Due originali tradizioni, non riscontrabili in altre zone della Sicilia meritano di essere citate: "A rètina" ed "A scalunata". La prima, in preparazione della festa di San Giuseppe, è una questua che prende il nome dal fatto che a fare il giro del paese è una lunga fila di muli riccamente bardati a festa con fiocchi, festoni e campanelle squillanti accompagnati dalla banda musicale e ritirano le offerte in natura (frumento, fave, ceci e ceriali vari) deponendole all'interno delle artistiche bisacce artigianali che sono state promesse dai devoti al santo.
La tradizione della "Scalunata" che viene allestita all'interno della chiesa della SS. Annunziata è invece una luminaria di candele accese che partendosi dai gradini inferiori dell'altare maggiore salgono fino a raggiungere il trono con l'artistico simulacro ligneo del 1640 posto al vertice dell'abside.

- All'interno della Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, per mezzo di una scala interna, in prossimità del 1° altare di destra, si accede ad un piano sottostante adibito a catacombe. Si presume che i cadaveri venissero posti su una griglia di tubi di terracotta all'interno di una camera chiusa ermeticamente e vi rimanevano dentro per 7-8 mesi.
Dopo questo lungo periodo, venivano disseccati e passati in un infuso di aceto ed erbe aromatiche, quindi esposti al sole che ne completavano l'essicammento.

- La chiesa "visita poveri" molto piccola è sita nella piazzetta omonima presso la chiesa di San Francesco d'Assisi. Fu fatta costruire, a proprie spese, dal sacerdote Bartolomeo D'Amico. La congregazione religiosa che faceva capo alla predetta chiesa, con pavimento maiolicato, faceva visitare gratuitamente i poveri dai medici locali. Da questa benevolenza e generosità della congregazione verso i poveri, che affluivano numerosi, la chiesa fu denominata "Visita Poveri".

- Il Signore del Castello, che esercitava il diritto dell'alta e bassa giustizia, aveva deciso di condannare alla pena capitale due prigionieri che, in attesa della morte, erano rinchiusi in una cella. Giunta l'ora dell'impiccagione, come ultimo desiderio chiedono due lenzuola per potersi coprire. Cosa che fu loro accordata mentre i due pensavano di utilizzarli adoperandoli come paracadute legandoli ai polsi ed alle caviglie. I prigionieri scortati si avvicinavano al terrazzo dove sarebbe stata eseguita la sentenza, ma ecco che ad un segnale convenuto, tutti e due spingono a terra le guardie loro più vicine e si buttano nel vuoto approfittando del vento che quel giorno soffiava forte. Uno dei due muore perché precipitando giù sbatte contro la roccia della altura di fronte al Castello, il secondo, più fortunato, cade su un campo di grano ma viene rifatto prigioniero dalle guardie del Castellano che sbalordito per la temerarietà dimostrata, gli concesse la grazia lasciandolo libero.

- Matteo Bonello, caduto vittima di una congiura ordita dalla corte normanna di Guglielmo il Malo, che in seguito ad un agguato, lo fece arrestare e morire di fame e di sete, nei sotterranei del maniero, dopo avergli fatto tagliare i tendini dei piedi e cavare gli occhi. Oggi lo spettro di Matteo Bonello si trascina per le stanze del castello e chi ha avuto la sfortuna di incontrarlo sostiene che abbia un aspetto spaventoso: volto sfigurato, di media statura, indossa abiti di cuoio e pantaloni aderenti e tutt'intorno alla sua figura aleggia una sorta di aura sinistra di odio e di rivalsa.

 

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