Cenni storici sul castello

CaccamoLa prima notizia, storicamente certa, risale al 1093. In un documento d’epoca si parla delle località di Caccamo e di Brucato appartenenti al Vescovado di Agrigento. Nel 1094 Ruggero I eleva Caccamo al rango di baronìa e la cede a Goffredo de Sageyo di Caccamo, come risulta dal diploma di fondazione del monastero di San Bartolomeo in Lipari. Vi si legge infatti: “Goffredo de Sageyo donò tre villani (servi ecclesiastici) a Caccamo con il consenso di Adelasia, sua moglie”.

Il primo impianto del Castello deve essere stato semplicemente una torre di avvistamento - sulla quale si sarebbe poi sviluppata la Torre Mastra - con sottostante cisterna d’acqua. È possibile che successivamente si sia aggiunta una cinta muraria più vasta per potere ospitare armenti o carovane di viaggiatori in transito.

Nel 1160 Matteo Bonello ordisce e capeggia la congiura dei baroni siciliani - nata con desiderio di libertà - contro Guglielmo I, detto il Malo. L’elsa della spada con la quale, secondo una favola nata in età romantica, sarebbe stato ucciso dal Bonello, Maione di Bari “infido” gran cancelliere e grand’ammiraglio di Guglielmo I, si può ancora vedere su uno dei battenti della porta dell’Arcivescovado di Palermo di fronte alla Cattedrale. Durante il regno di Federico II di Svevia la città passa alla signoria di Paolo Cicala e, dopo la sua morte, all’arcivescovo di Palermo.

Dopo la dominazione angioina e la rivolta del Vespro, la città viene assegnata nel 1166 a Giovanni Lavardino. Il suo governo fu però pessimo sotto ogni aspetto, cosa che diede origine ad una sommossa popolare, ed il signorotto francese, che si era riparato nella fortezza, fu costretto ad arrendersi. Intanto diciamo che soltanto nel dodicesimo secolo l’impianto avrebbe assunto la forma di un Castello di piccole dimensioni, mentre l’insediamento civile si sarebbe spostato e concentrato al disotto e precisamente nel borgo di Terravecchia.

Da struttura difensiva piuttosto elementare, costituita da graduali sviluppi casuali di una originaria cinta muraria potenziata da torri, diviene una complessa architettura dalle tipiche caratteristiche di fortezza. Il risultato di numerosi rimaneggiamenti espletati nell’arco di ben otto secoli è oggi rappresentato dal maniero che ammiriamo in tutto il suo splendore e in tutta la sua maestosità.

Ne ebbero la signoria ben oltre 15 famiglie e tra le più importanti citiamo: i Chiaramonte, i Prades, i Cabrera, gli Henriquez, gli Amato ed i De Spuches.

Per quasi un secolo (1300-1392) i Chiaramonte ressero la signoria di Caccamo: particolarmente significativi i loro interventi con la costruzione dell’ala Sud-Est ed il potenziamento difensivo mediante l’erezione di nuove torri, fra cui la Gibellina ed il rafforzamento di altre già esistenti come quella di Pizzarrone con una fontana fortificata.

Durante il suo dominio, la famiglia Chiaramonte costituì quasi un regno nel regno e ne fece una signoria tanto possente e temibile da essere paragonata a quelle più note d’Italia: i Visconti, gli Scaligeri, gli Estensi. I Chiaramonte si imposero non solo con la potenza delle armi, ma anche con la liberalità, la generosità nello spendere e donare. Costruirono chiese, palazzi, ponti e non soltanto a Palermo, dove un esempio è dato dal magnifico Palazzo Steri, ma anche in altri centri dell’isola e l’impulso dato alla architettura fu tale da creare uno stile da farlo distinguere nei secoli con l’appellativo di chiaramontano. Citiamo soltanto: il palazzo Montalto a Siracusa, il portale del Duomo a Messina, la cattedrale di Nicosia ed il palazzo Corvaia a Taormina. L’attività della Casa non si limitò soltanto alla magnificenza ed alla liberalità, ma fu attiva anche nella politica e nelle imprese militari. Infatti, assunta nel 1300 la signoria di Caccamo, che in breve tempo crebbe rigogliosa, i Chiaramonte ingrandirono e fortificarono il Castello ed edificarono nel 1307 il grande ponte sul fiume San Leonardo, arricchirono la città di nuovi monumentali edifici consentendo ampio sviluppo alla sua economia. Ma il declino della famiglia Chiaramonte non tardò a manifestarsi per culminare il 1° giugno 1392 con la condanna a morte e decapitazione di Andrea nella piazza Marina di Palermo dinanzi a quel palazzo “Steri” costruito da Manfredi I considerato proprio il simbolo della potenza chiaramontana.

Nel 1398 sarà nuovo signore di Caccamo Don Giaimo De Prades che “ingrandì e nobilitò il Castello” (scriveva l’Inveges) potenziandolo dal punto di vista difensivo per prevenire ribellioni da parte dei sudditi cambiando anche la disposizione degli ingressi. Le alte pareti delle mura del Castello che si vedono per primi, superata la scalinata che sale dalla via Termitana lasciando le case del borgo alle nostre spalle, sono proprio i corpi di fabbrica che il Prades aggiunge al fortilizio chiaramontano.

Tuttò ciò che il Castello ci mostra alla nostra sinistra percorrendo la rampa d’accesso è appunto opera quattrocentesca. Il Prades si rivelerà un diplomatico accorto in quanto, al fine di ristabilire con i bellicosi Terrazzani rapporti più distesi, trasforma il vecchio borgo medievale in una vera e propria città favorendo la costruzione di opere civili, chiese e monasteri come quello di San Francesco d’Assisi. Agli inizi del secolo XV la signoria di Caccamo passò ai Cabrera sotto il cui dominio la città conobbe un periodo di vere e profonde trasformazioni, sia sotto il profilo economico, che sociale. Sorsero nuovi monasteri, mentre la Chiesa Madre nel 1466 fu arricchita di un fonte battesimale attribuito a Domenico Gagini e di numerose altre opere d’arte nonché di decorazioni all’altare maggiore. Successivamente ed esattamente dopo il 1480, la contea di Caccamo passò alla famiglia Henriquez-Cabrera e rimase sotto la sua signoria fino al 1646.

Nell’arco di 166 anni il saggio governo degli Henriquez fece il massimo ch’era possibile fare per il benessere della popolazione mostrando grande cura per la città che assumeva un assetto urbanistico più ordinato, promuovendo il sorgere di istituzioni benefiche, di monumenti, di chiese e pregevoli opere d’arte. Nel 1641 Don Giovanni Henriquez de Cabrera viene nominato viceré di Sicilia e due anni dopo eleva Caccamo al rango di città (ne parleremo più avanti nel capitolo dedicato alla visita al Castello).

Agli Henriquez seguì la signoria di Don Filippo Amato principe di Galati che instaurò un sistema di governo tanto infausto da costringere a fare emigrare diverse tra le più distinte famiglie della città. Alla sua morte, nel 1653, gli succedette il figlio don Antonio Amato che fece costruire la cappella centrale del Duomo dove fece erigere la propria tomba. Fece costruire una grande porta barocca sulla strada che conduce a Termini Imerese che da lui prese il nome di Porta Antonia che in seguito fu abbattuta per allargare la strada. Saranno gli Amato ad apportare ulteriori modifiche al Castello come la poderosa merlatura al sistema murario, mentre la parte Sud del maniero venne completamente ricostruita ad abituale residenza baronale perdendo così ogni traccia di architettura medievale.

Nel 1813 la signoria di Caccamo passò ai De Spuches, fra di essi eccelse il principe - duca Giuseppe illustre archeologo e poeta, forbito grecista e marito della poetessa Giuseppina Turrisi Colonna. Mecenate e protettore, il De Spuches accoglieva nel suo Castello artisti e poeti che declamavano le loro creazioni ed il principe faveva recitare le sue traduzioni delle tragedie di Euripide e Sofocle, le sue liriche, nonché i canti latini e greci parecchio apprezzati dagli studiosi.

Dopo gli Amato gli interventi di manutenzione si fanno sempre meno frequenti ed il degrado delle strutture diviene sempre più progressivo, a ciò si aggiunge l’aggressione degli agenti atmosferici che trasformano il Castello progressivamente in un grandioso rudere. Dopo le guerre mondiali, i proprietari cercano di approntare i primi interventi di restauro, ma alla fine, per problemi economici, abbandonano l’edificio. Nel 1963 il principe di Galati e duca di Caccamo Antonio De Spuches cede il Castello alla Regione Siciliana per quaranta milioni.

Da allora si sono susseguiti progetti per il ripristino dell’edificio. Nel 1974 un primo intervento da parte della Regione Siciliana impediva il crollo di un’intera ala. Tra il 1984 ed il 1987 si è provveduto al consolidamento strutturale del maniero con il rifacimento dei solai e dei soffitti in gran parte crollati. Per concludere i lavori, nel 1989, fu stanziato un ulteriore finanziamento di cinque miliardi e mezzo. Nell’aprile del 1997 sono stati restaurati gli affreschi ed i dipinti, compresi i graffiti delle prigioni oltre a tanti altri pregevoli disegni partoriti dalla fantasia dei carcerati. L’ultimo stralcio dei lavori ha previsto invece il consolidamento della rupe con il completamento alla fine del 1998. Completati i lavori di restauro il maniero dovrebbe essere riutilizzato come museo dei castelli feudali e sede di convegni sul medioevo siciliano.

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